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Giorgio Linguaglossa - Patroclo non deve morire (2013)

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«Datemi un  punto di appoggio e vi solleverò il mondo». Con questa frase attribuita ad Archimede inizia l’avventura della téchne. La tecnologia deriva dalla applicazione di postulati scientifici, ma questi ultimi presuppongono un postulato metafisico: è l’idea della volontà di potenza che guida le azioni degli uomini. La tecnica ha inizio con una asserzione metafisica. L’avventura della tecnologia ha inizio da una asserzione metafisica. La volontà di potenza è la forza con cui si manifesta il nichilismo; è un dato di fatto. È l’assunzione di un punto immaginario che coincide con un punto reale l’idea postulata da Archimede, tra l’altro realmente esistente, che deve essere individuato per mezzo di meri calcoli matematici. La matematica è la rappresentazione dello spazio mediante il numero, e l’arte è la rappresentazione dello spazio semiotico in segno semantico significativo. Il titolo del libro di Ivan Pozzoni è Patroclo non deve morire*, è un enunciato imperativo che non ammette eccezioni; nella storia Patroclo muore in combattimento, nell’opera di Ivan Pozzoni invece Patroclo deve continuare a vivere affinché la Storia non si concluda e si aprano altri scenari. «Crisi del mondo occidentale e crisi del mondo occipitale», scrive Pozzoni, con uno stravolgimento semantico nel derisorio, a cui corrisponde una crisi della forma-poesia. Crisi dunque quale strategia di assoggettamento delle masse al capitale, crisi quale strategia di sopravvivenza della forma-poesia nel bel mezzo del «tardo moderno», crisi quale punto estremo della crisi, dopodiché c’è l’implosione della crisi, la sua ricaduta, la sua scomparsa quale fenomeno e la sua ricomparsa quale essenza del Dopo il Moderno. Non c’è più un epifenomeno ma la fenomenalizzazione del fenomeno. E la forma-poesia di Ivan Pozzoni accetta la sfida del suo tempo e del proprio scacco, accetta la mutilazione quale strategia di sopravvivenza della «poesia» nell’epoca del quaternario cibernetico-mediatico. Patroclo muore sempre di nuovo, ergo, «Patroclo non deve morire». «Gettato nella flessibilità dell’oltremoderno» (dizione di Pozzoni), non c’è altra soluzione che diventare «liquidi», accettare la «liquidità» quale unica strategia di sopravvivenza. Siamo qui fuori dall’idea della mediazione, della dialettica (hegeliana, marxiana e neoliberista), della razionalità del reale; siamo all’interno di un quadro culturale che contempla solo la categoria della compossibilità di tutto con il contrario di tutto. Il reale è il prodotto della compossibilità. Nella «poesia» di Ivan Pozzoni tutto è possibile perché nulla è più reale del reale de-realizzato; tantomeno la «poesia» ha diritto all’esistenza nelle attuali condizioni di (non) esistenza. Nelle nuove condizioni del quinquenario cibernetico-mediatico la «poesia» è un guscio vuoto, una forma svuotata e de-realizzata. Nelle nuove condizioni di de-realizzazione del reale non ha più senso neanche impiegare il concetto e la procedura della de-fondamentalizzazione del discorso poetico (come sono lontani i beati anni Sessanta!): divelto, crollato il fondamento, è rimasta una impalcatura vuota, uno scheletro non più significativo. Crollato il fondamento non ha più alcun senso parlare di avanguardia o di retroguardia; e la poesia di Ivan Pozzoni accetta questa situazione con una presa d’atto priva di nostalgia; la cibernetalizzazione e la digitalizzazione del reale produce la progressiva frantumazione delle «forme» chiuse o aperte che siano, la dissoluzione dell’endecasillabo e del pentagramma sonoro del Novecento: questo «Marinetti non l’avrebbe mai scritto», dice Pozzoni; ed io aggiungo: «non l’avrebbe neanche pensato». [Avvertenza a Patroclo non deve morire, deComporre Edizioni, 2013]

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